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Perché le emozioni aiutano l’apprendimento

I bambini, tutti i bambini, sono esseri “programmati” per imparare: l’attività di costruzione delle reti neurali (i circuiti cerebrali formati da neuroni e sinapsi che consentono all’individuo di apprendere) è infatti massima nelle prime epoche della vita, e alimentata da una curiosità inesauribile.

Capita però a volte che con la crescita manifestino resistenza verso la scuola e lo studio. E questo è fonte di problemi: genera momenti di stallo nell’apprendimento e conflitti a casa e a scuola. 

Nonostante per secoli si sia ritenuto che studiare, apprendere e imparare fossero processi rivolti esclusivamente all’intelletto e alla ragione (e sia stato chiesto agli studenti di non farsi influenzare dal sentimento e dalla soggettività a scuola e nello studio), contributi recenti di Psicologia e Neuroscienze hanno invece dimostrato che le emozioni hanno un ruolo centrale nei processi di apprendimento.

Per apprendere in modo efficace non bastano quindi le nozioni; servono anche (e soprattutto) le emozioni.

Vediamo perché.

Innanzitutto, cosa sono le emozioni?

Nel linguaggio comune per “emozioni” si intendono molti stati affettivi (ad esempio sentimenti, come l’invidia o stati d’animo, come la preoccupazione). In realtà, secondo lo psicologo statunitense Ekman, le emozioni di base sono sei: paura, gioia, disgusto, rabbia, sorpresa e tristezza. Esse sono presenti sin dalla nascita in tutti i popoli del mondo e, nonostante le differenti culture, vengono manifestate con la stessa mimica del viso.

Spesso si attivano in modo incontrollato, perché sono la reazione immediata del corpo ad uno stimolo (ad esempio la fuga di fronte a qualcosa che incute paura) ma, nonostante siano molto intense, il loro effetto è transitorio ed è breve nel tempo.

A livello cerebrale, l’emozione coinvolge diverse aree: attiva innanzitutto il sistema limbico, che genera risposte immediate, ma attiva anche i lobi frontali (neocorteccia), che permettono una risposta ponderata e la pianificazione delle mosse successive.

Qual è il legame tra emozioni e apprendimento?

Se proviamo a pensare a un momento in cui siamo stati colti da una forte emozione, certamente non sarà difficile ricordare come la nostra capacità di pensare o di parlare ne sia stata influenzata. Infatti, le emozioni sono in grado di disorganizzare il pensiero, sia nel momento in cui si provano, sia a posteriori, come fossero un “rumore di fondo” che disturba le nostre attività.

I bambini sono sottoposti ogni giorno ad una moltitudine di stimoli, ognuno dei quali è per loro occasione di apprendimento: che si trovino sui banchi di scuola o sull’erba di un prato, i piccoli immagazzinano continuamente informazioni che trattengono in memoria e che – nel tempo – vanno a costruire le loro conoscenze e abilità.

Questo processo di apprendimento non avviene solo a livello della ragione e del pensiero: è tanto più efficace quanto il bambino sperimenta in quel momento emozioni positive.

La Prof.ssa Lucangeli, esperta di psicologia dell’apprendimento, sostiene che “l’intelligenza intellige al meglio quando è felice”: ovvero, è più facile apprendere quando si provano emozioni positive. Le nozioni si fissano infatti nel cervello insieme alle emozioni. Se imparo con curiosità e gioia, la lezione si incide nella memoria con curiosità e gioia. Se imparo con noia, paura, ansia, si attiva l’allerta: la reazione istintiva della mente è “scappa da qui che ti fa male”.

Ciò accade perché la mente è programmata per difendersi dalle esperienze e dai ricordi dolorosi, perciò emozioni negative quali paura, senso di colpa e ansia, condizionano la capacità di studio, rendendo gli apprendimenti meno efficaci e duraturi. 

Quindi, cosa fare?

Per evitare che le emozioni negative riducano la capacità di apprendimento, generando un “corto circuito emozionale” (in cui le sensazioni di ansia e paura generano cattivi risultati scolastici che a loro volta generano sensazioni negative di inadeguatezza e frustrazione) occorre rivalutare il ruolo delle emozioni nell’apprendimento.

Cosa possono fare gli insegnanti

L’educazione scolastica non deve mirare a dare una quantità sempre maggiore di conoscenze. Si deve orientare invece al benessere emotivo dello studente, creando ambienti di apprendimento sereni, in grado di stimolare emozioni positive: sono queste il terreno più fertile per costruire qualsiasi forma di apprendimento. L’insegnante deve trovare un equilibrio tra la capacità di trasmettere specifiche conoscenze e la competenza emotiva, la capacità cioè di insegnare stimolando emozioni positive negli allievi.

Cosa possono fare i genitori

Anche i genitori possono aiutare i propri figli ad affrontare gli impegni e le difficoltà scolastiche prestando più attenzione alle emozioni. Un cattivo rendimento scolastico può talvolta generare nei genitori stessi emozioni negative (paura per l’insuccesso scolastico, rabbia per il mancato impegno). Anche aspettative eccessive sulle prestazioni scolastiche dei figli possono generare ansia. E’ importante perciò che i genitori non inneschino a loro volta un “corto circuito emozionale” in cui le loro emozioni negative alimentano o amplificano quelle dei figli.

Inoltre, nella scelta della scuola, i genitori devono valutare se ambiente scolastico e tecniche di insegnamento siano adatte ai bisogni non solo formativi, ma anche emotivi del proprio bambino o ragazzo.

Psicologa e Mediatrice scolastica e famigliare.

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