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Informazioni e consigli sulla crescita e la salute del bambino,
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Co-sleeping e bed-sharing: meglio dormire separati o a contatto con i bambini?

Bed-sharing mamma bambino

Dormire vicino ai propri figli è un argomento che fa discutere molto. Si sentono opinioni diverse, sia tra le persone comuni che tra gli esperti. Parlarne vuol dire considerare la sicurezza dei bambini, il loro benessere emotivo, la cultura di una famiglia e le scelte di ognuno.

Per capire meglio il tema della condivisione del sonno, è utile vedere insieme cosa ci dice la storia, quali sono le regole di sicurezza e come tutto questo può influire sul rapporto tra genitori e figli.

Sonno condiviso: un po’ di storia e tradizione

Per secoli, i bambini hanno sempre dormito accanto ai genitori.

In tante culture è ancora così: si condivide il letto (bed-sharing) o comunque il luogo dove si dorme (co-sleeping), finché il bambino non è pronto per dormire da solo, spesso dopo la fine dell’allattamento o quando arriva un fratellino o una sorellina. Stare vicini durante la notte era, ed è ancora, normale.

Nelle società occidentali, invece, a partire dall’età vittoriana (XIX secolo) abbiamo assistito a una vera e propria rivoluzione dei luoghi del sonno. Le coppie hanno iniziato a dormire in letti diversi (twin beds), perché, secondo le logiche del pensiero igienista che si stava diffondendo all’epoca, veniva considerato più salutare.

La nuova concezione della privacy portò anche all’adozione, dove possibile, di stanze separate per dormire, sia per gli adulti della famiglia che per i bambini. Per la prima volta nella storia, bambine e bambini iniziarono a dormire lontani dalla madre molto prima di quanto fino ad allora fosse la norma. 

Sonno condiviso: le abitudini in Italia

Nel nostro Paese i genitori di solito sono molto presenti e affettuosi. Si cerca il contatto anche durante il sonno. Molti genitori aiutano i figli ad addormentarsi e non hanno fretta di lasciarli dormire da soli.

Secondo le ricerche, circa il 20% dei bambini fino a 4 anni dorme tutta la notte nel lettone con i genitori, percentuale che scende al 7-8% tra i 6 e gli 11 anni. Un altro terzo viene spostato durante la notte per gestire risvegli o difficoltà nel sonno.

La condivisione del letto può avere storie, motivazioni e significati ben diversi:

  • a volte è una scelta voluta e costante fin dall’inizio (il cosiddetto proactive bed-sharing);
  • altre volte è una soluzione trovata per affrontare momenti di difficoltà (reactive bed-sharing).

Queste due situazioni possono anche cambiare con il tempo, diventando un’abitudine serena per la famiglia oppure creando qualche problema di gestione notturna.

Sonno condiviso: le conseguenze sullo sviluppo emotivo

Dormire a contatto non rende i bambini né più dipendenti né più autonomi di per sé.

Alcuni studi dicono che i bambini riescono a gestire meglio le emozioni e lo stress se dormono vicini ai genitori, altri trovano che non ci sono grandi differenze.

La cosa più importante è che i genitori abbiano uno stile educativo coerente, essendo in accordo nella modalità di gestione del sonno, dando così sicurezza e amore, sia che dormano insieme sia che scelgano di dormire separati.

Non esiste un solo modo giusto di fare: ogni famiglia può scegliere ciò che sente più adatto, informandosi bene e ascoltando le proprie esigenze. 

Bed-sharing: le regole per dormire in sicurezza

Dormire tutti insieme nello stesso letto può essere bello ma bisogna fare attenzione

Per aumentare la sicurezza del bed-sharing, queste sono le raccomandazioni condivise a livello internazionale:

  • il bambino deve dormire “a pancia in su” sopra una superficie:
    • stabile, non inclinata né trapuntata;
    • piatta, non inclinata né morbida;
  • il materasso deve aderire bene ai bordi e non ci devono essere spazi tra il letto e la parete dove il bambino potrebbe incastrarsi;
  • la mamma che allatta può mettersi “a guscio” protettivo attorno al piccolo, che deve essere sempre a pancia in su (supino), e non va mai messo tra i due adulti;
  • devono essere usate solo coperte leggere, niente piumoni o cuscini soffici vicino al neonato;
  • il neonato non va mai lasciato solo in un letto per adulti;
  • i bambini sotto un anno non dovrebbero dormire con fratelli più grandi o animali domestici;
  • è necessario togliere tutti gli oggetti dal letto e, se possibile, prevedere una superficie morbida a terra in caso di caduta;
  • vanno evitate camicie da notte con lunghi nastri;
  • i capelli vanno raccolti se molto lunghi.

Allattare al seno, soprattutto in modo esclusivo e a richiesta, riduce sensibilmente il rischio di SIDS (la morte improvvisa del lattante). Tutto ciò che aiuta e protegge l’allattamento, anche la condivisione sicura del sonno, fa bene anche alla sicurezza del bimbo.

Bed-sharing: quando è da evitare

I letti matrimoniali non sono sempre sicuri per i neonati e lattanti, soprattutto nei primi 3 mesi.

Fino ai 6 mesi è meglio evitare di dormire con il bambino se:

  • si dorme su divani, poltrone reclinabili o materassi ad acqua;
  • i genitori sono fumatori, fanno uso di alcol, medicine o altre sostanze;
  • i genitori sono molto stanchi o malati;
  • il bambino è nato prematuro, pesa poco, ha avuto problemi alla nascita o non è allattato al seno.

Il valore della vicinanza

Se si sceglie di dormire vicino al bambino fin dai primi giorni, si possono usare soluzioni apposite

  • lettini da affiancare al letto grande (sidecar o next to me);
  • culle strette e basse da mettere tra i genitori, facendo sempre attenzione che il materasso sia rigido e che non ci siano parti dove il bambino possa subire una ostruzione delle vie aeree.

Questi sistemi si usano sempre di più anche negli ospedali come alternativa alla classica culla separata.

Dormire vicini aiuta a rinforzare il legame con il bambino, favorisce l’allattamento e permette un accudimento sensibile e responsivo fin dai primi momenti. Conoscere le regole di sicurezza, tuttavia, è essenziale per stare sereni, scegliere la soluzione migliore per la propria famiglia ed evitare rischi inutili.

In conclusione, non c’è una scelta giusta per tutti: l’importante è essere informati, consapevoli dei pro e dei contro, e seguire ciò che ci aiuta a stare meglio e a sentirci più sicuri, adattando le abitudini alle necessità di tutta la famiglia, senza lasciarsi condizionare da pressioni esterne o pregiudizi.

Pediatra e neonatologo, trainer nell’approccio Touchpoints di Brazelton e formatore del Centro Touchpoints Brazelton dell’Associazione Natinsieme di Roma, certificato nella valutazione del comportamento neonatale secondo Brazelton (NBAS), nel sistema di osservazione del comportamento neonatale di Nugent (NBO) e nella valutazione del movimento generalizzato secondo Prechtl.

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