​​

Amico Pediatra è un sito di informazioni complete, accurate ed autorevoli sui temi della salute del bambino. I contenuti sono scritti da medici pediatri e professionisti qualificati in ambito medico.

Risvegli notturni ed ansia di separazione dalla mamma: come aiutare i bambini a dormire sonni tranquilli

Intorno ai 6-7 mesi i bambini sperimentano l’ansia di separazione dalla mamma. In questa fase della crescita, infatti, il bambino si comincia a “individuare”, cioè a sentirsi come qualcosa di psicologicamente separato dalla figura materna, fino ad allora vissuta dal bambino come un tutt’uno con se stesso (la cosiddetta fase simbiotica). Si tratta di una fase che non ha nulla di patologico o di anormale; è anzi, normale, utile e necessaria per il corretto sviluppo psicologico del bambino. E infatti a questa età il bambino comincia ad esplorare il mondo che lo circonda ed inizia ad aprirsi all’esterno. Ma ha anche paura, proprio perché, se fino ad allora era un tutt’uno con la mamma, ora è “da solo” (o almeno così pensa di essere…), alle prese con qualcosa che gli sembra sì interessante, ma anche inquietante.

La paura dell’abbandono

Tale individuazione genera inevitabilmente la paura di essere abbandonati dalla madre e questa paura si manifesta (anche nel bambino sino ad allora tranquillo e che, tutto sommato, rispettava un certo ritmo sonno-veglia diurno-notturno) tipicamente all’addormentamento, quando il bambino, pur assonnato, sembra rifiutarsi di prendere sonno, o durante il sonno, con frequenti risvegli, anche parziali, accompagnati da pianto.

Perché? Perché, nel caso specifico del sonno, per il bimbo chiudere gli occhi equivale a non vedere più la mamma e, non vedendola, per lui la mamma non c’è più. Egli non ha ancora “capito” che anche se non vede la mamma, questa c’è ugualmente e non l’ha abbandonato, che la voce rassicurante della mamma dalla sua camera significa che la mamma “arriverà”, che la stessa presenza del papà (in questa fase apparentemente inutile, visto che il bimbo generalmente vuole solo la mamma e si calma solo con lei) è rassicurante perché c’è comunque qualcuno in grado di prendersi cura di lui in attesa dell’arrivo della mamma.

E’ ovviamente un vissuto molto complesso, e non così consapevole come descritto.

Cosa si può fare?

E’ difficile rispondere a questa domanda, non tanto perché questa fase sia di difficile soluzione. Prima o poi il bambino, se sostanzialmente sereno, la supererà. Non è possibile dare ricette perché ogni contesto familiare fa a sé: ogni coppia di genitori deve trovare la propria strada per accompagnare il bambino in questo delicato momento della crescita.
Il punto di partenza è rassicurarsi sul fatto che si tratta di qualcosa di normale, non di patologico, che tutti i bambini passano. Anzi, si tratta di una fase necessaria, che va appunto accompagnata, non bloccata. Il bambino va rassicurato da due genitori (ribadisco 2) adulti, che di fronte al panico del bambino non vanno a loro volta in ansia, facendosi prendere dall’isteria (perché? Cosa ne può lui se è in ansia?) o, viceversa, dalla “compassione” (per che cosa, se non è la fine del mondo ed anzi è utile?).

Non esistono ricette magiche. Ecco però alcuni consigli.

  • Meglio addormentare il bambino nel lettino (o comunque metterlo giù ancora nel dormiveglia) che in braccio.
  • Quando il bambino si risveglia ed inizia a piangere nel suo lettino, meglio tenere duro e continuare ad andare avanti e indietro dalla sua cameretta (anche il papà, perché a suo modo deve essere coinvolto nella gestione del bimbo, anche se la sua azione sembra poco efficace) piuttosto che portarsi il bimbo nel lettone.
  • Far precedere il proprio arrivo in camera da tentativi (inizialmente del tutto inutili, o almeno così sembra) con la voce, magari rassicurando il bimbo che “state arrivando”. E’ meglio che intervenga prima il papà e poi, in un secondo tempo, la mamma. Non attaccatelo al seno subito e comunque non sempre. In sostanza, occorre cercare una gradualità e progressività di intervento che serva al bambino a capire che a questo segue quest’altro, finché può essergli sufficiente anche solo il primo passo per calmarsi.
  • Tenere comunque le luci soffuse, ed evitare di mettersi a giocare con lui. Il messaggio che deve passare, anche con l’espressione del volto, è che “di notte si dorme”: non arrabbiature isteriche ma un fermo e, per quanto possibile, tranquillo atteggiamento che trasmette la realtà del momento (niente cioè di tragico, ma neppure di piacevole).
  • Durante il giorno, giocare a bau-settete (nascondendosi per un istante il volto con le mani per poi tornare a farlo vedere): insegna pian piano al bambino che anche se qualcosa non si vede quel qualcosa c’è lo stesso, e ricomparirà (compresa la mamma).

Provvedimenti come somministrare latte o tisane durante i risvegli andrebbero evitati, perché rischiano di creare abitudini che finiscono per mantenere nel tempo i risvegli, invece che attenuarli. Tantomeno utile cercare di distrarre il bambino mettendosi a giocare con lui o portandolo in salotto, magari accendendo la televisione: come si è detto, il bambino deve ricevere chiaramente il messaggio che “la notte è fatta per dormire, e non per giocare”. E’ esperienza di chi scrive il caso di un papà che riferiva durante la visita di controllo dei 3 anni di aver finalmente risolto il problema del sonno del suo bambino, anche se per farlo riaddormentare doveva tutte le notti fare con lui su e giù con l’ascensore per una trentina di volte …

I preparati per favorire il sonno del bambino, solitamente a composizione vegetale (melissa, passiflora, camomilla, valeriana), danno risultati modesti; qualche risultato si ottiene talora con la melatonina, somministrata la sera, prima del sonno, e continuativamente per un periodo di almeno 15 giorni per valutarne l’efficacia. Nel caso, valutatene l’opportunità col vostro pediatra (evitando tassativamente il fai-da-te), senza eccessive speranze e senza eccessivi sensi di colpa.

Mi permetto anche di consigliarvi, papà e mamme, la lettura di un libro molto utile, perché in modo semplice e chiaro fa riflettere, e aiuta a trovare, nel proprio contesto, unico e diverso da ogni altro, il bandolo della matassa. Si tratta del testo A piccoli passi, di Silvia Vegetti Finzi, Mondadori. Leggetelo insieme, anche partendo dal capitolo del “Bambino che non dorme”, e parlatene insieme. Vedrete che qualcosa escogiterete.

Un’ultima cosa: non pensate esistano soluzioni “magiche”. Il percorso rimane lento, graduale. Bisogna lasciare ad un bambino (e a qualsiasi persona) il tempo per superare pian piano le proprie paure, i propri dubbi. Pretendere, da lui, come da voi stessi, di trovare la soluzione dall’oggi al domani vuol dire perdere di vista lo sviluppo di un bambino e le dinamiche delle persone che sono, invece, lente e graduali.