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Parola d’ordine: giocare!

Spesso i genitori si interrogano su come prendersi cura dei propri figli, quali alimenti proporre e quali evitare, come prevenire eventuali malanni, per quanto tempo concedere tablet, telefoni o televisione, ma raramente si interrogano sull’importanza che il gioco ha nella vita del loro bambino. Eppure il gioco è un elemento centrale del processo di crescita, sin dalla nascita.

Se si pensa al regno animale, il gioco è di primaria importanza per lo sviluppo e l’evoluzione. I cuccioli di molte specie giocano nelle prime fasi della vita, e questo ha certamente uno scopo adattivo: essi sperimentano la forza e le possibilità di movimento che il proprio corpo offre, in vista dei futuri bisogni di difesa e/o attacco.

Tornando ai bambini, è ormai assodato che il gioco incide positivamente sullo sviluppo cerebrale, rinforzando le connessioni neurali ed è, quindi, fondamentale durante l’infanzia, un momento in cui la plasticità cerebrale – cioè la capacità del cervello di modificarsi in base all’attività dei propri neuroni, ovvero agli stimoli ricevuti dall’ambiente – è massima. Ciò che si impara da piccoli giocando stimola lo sviluppo cognitivo e costruisce abilità che serviranno nella vita adulta.

Il gioco favorisce le relazioni con gli altri

Certamente, più il bambino è piccolo più il ruolo dell’adulto nel gioco del bambino è centrale: il neonato solitamente ama manipolare e “assaggiare” i piccoli giochi o gli oggetti di uso quotidiano, si interessa a espressioni del viso insolite o a suoni non abituali, ascolta con piacere canzoncine o filastrocche. Queste attività devono essere mediate dall’adulto, sia perché il neonato deve ancora sviluppare le capacità che lo porteranno a muoversi autonomamente, sia perché si trova in un momento evolutivo in cui l’aspetto relazionale è primario.

La relazione con l’altro mantiene un ruolo centrale anche nelle successive fasi dello sviluppo, passando, nel tempo, dalla relazione con l’adulto a quella con i pari.

All’inizio i bambini imparano ad interagire con il mondo attraverso l’osservazione delle modalità utilizzate da chi sta loro intorno: ecco allora che il gioco mediato dall’adulto trasmette al bambino informazioni importanti su come si sta in una relazione e, di conseguenza, su come avviene la comunicazione.

Con il passare del tempo, la relazione con i pari assume sempre più importanza e l’attenzione si sposta dall’adulto agli altri piccoli amici, finché verso i tre anni i bambini iniziano a creare momenti di gioco condiviso, ad interagire nel pianificare, regolare e svolgere l’attività ludica in autonomia.

Il gioco stimola lo sviluppo del linguaggio

Giocare è anche un’occasione d’oro per stimolare il linguaggio dei piccoli, sin dalle primissime fasi di vita. Il sistema uditivo è uno dei primi a svilupparsi nel feto e ciò permette ai bambini di conoscere i suoni della lingua madre già in fasi molto precoci della crescita. Parlare con il neonato, porgli delle domande, raccontargli qualcosa, sono azioni molto semplici da svolgere durante il gioco, per esempio leggendo un libro, proponendo un’attività, verbalizzando ciò che il bambino spontaneamente fa.

Il linguaggio verbale diventa con il tempo la forma di espressione privilegiata per comunicare con l’altro anche nel gioco, soprattutto quando, intorno ai due/tre anni, esso inizia a coinvolgere più bambini.

I bambini di 5-6 anni sono affascinati dal mondo del linguaggio scritto, dalla forma delle parole, dal suono delle sillabe: diventa allora importante offrire loro l’occasione di giocare con le parole, come forma di esplorazione e sperimentazione della connessione tra grafemi e fonemi, ovvero tra segni grafici e suoni.

Il gioco consente di esplorare il mondo

L’esplorazione è il modo che i bambini utilizzano più comunemente per conoscere il mondo ed apprendere informazioni sul suo funzionamento. Le forme dell’esplorazione mutano con l’accrescere delle competenze dei piccoli.

Inizialmente, i bambini esplorano utilizzando i sensi (è qui che il gioco, inteso come oggetto, viene manipolato, osservato, “assaggiato” e scosso per coglierne il suono).

Successivamente, intorno ai 18-24 mesi il gioco inizia ad essere utilizzato per la funzione che esso è chiamato a svolgere (ad esempio i cubi per costruire torri o i libri per ascoltare i racconti ed osservare le immagini).

Verso i 2-3  anni, il gioco serve per imitare ciò che il bambino ha osservato, “giocando” a cucinare, a prendersi cura di un bambolotto, ad aggiustare, svitare, segare un oggetto. Queste situazioni di gioco permettono al bambino di sperimentare, in un contesto protetto, le forze e le regole che governano il mondo, nonché le proprie capacità, inclinazioni, risorse e capacità.

Contesti di gioco variegati, adatti all’età, permettono al bambino di mettersi alla prova e di trovare la propria strada, sperimentando gli ambiti di competenza e arricchendoli, poiché – come succede agli adulti – anche i bambini prediligono impegnarsi in ciò in cui riescono meglio e che offre loro maggiore soddisfazione.

Il gioco allena la creatività

Il gioco allena la creatività: è importante non riempire le vite dei bambini con attività che li tengano sempre impegnati, anzi è importante che essi si possano annoiare e, di conseguenza, ingegnare per riempire il vuoto creato intorno a loro. Per allenare la creatività si possono offrire materiali di recupero o di riciclo e lasciare che i piccoli liberamente li utilizzino per costruire, manipolare, esplorare, senza che quell’attività abbia un finale predeterminato: devono essere i bambini stessi ad inventarlo.

Il gioco aiuta a trovare soluzioni e risolvere problemi

La creatività stimolata dal gioco si manifesta anche nella capacità di problem solving, ossia nella capacità di trovare soluzioni utili a risolvere i problemi. Anche in questo caso, il gioco si configura come un ambiente protetto in cui trovare la propria autonomia dall’adulto e cercare di superare situazioni critiche. L’invito, quindi, è quello di lasciare che i bambini provino a uscire dalle piccole impasse o diatribe con gli amici osservandoli da lontano e, qualora sia necessario, offrendo aiuto solo dopo che essi stessi hanno già messo in atto dei tentativi di risoluzione: l’adulto che agisce al posto del bambino toglie a lui una possibilità importante di crescita.

Per concludere, il gioco, è sì momento di svago e divertimento, ma è soprattutto occasione di crescita, relazione con l’altro e sviluppo delle competenze, elementi importanti nello sviluppo di ogni bambino. I genitori sono i primi educatori dei propri figli e per questo è importante che essi riescano a dedicare tempo, spazio e pensiero al gioco con i bambini e dei bambini.

Psicologa e Mediatrice scolastica e famigliare.

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